In tutto c'è stata bellezza

Manuel Vilas

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19 Fragments (saved in 2019)

Magari si potesse misurare il dolore umano con numeri chiari e non con parole incerte. Magari ci fosse un modo di sapere quanto abbiamo sofferto, e il dolore fosse materiale e misurabile. Un giorno o l'altro l'uomo finisce per affrontare l'inconsistenza del suo passaggio nel mondo. Ci sono esseri umani che riescono a sopportarlo, io non lo sopporterò mai. [...] La vanità delle conversazioni, la vanità di chi parla, la vanità di chi risponde. Le vanità pattuite perché il mondo possa esistere.

C'è poco da dire sullo sgretolarsi di tutte le cose che sono state.

Entrava sempre una luce molto forte in casa dei miei che faceva perdere consistenza ai fatti, perché la luce è più potente delle azioni umane.

In questo istante mi accorgo anche che nella mia vita non sono successe grandi cose, e tuttavia porto dentro di me una profonda sofferenza. Il dolore non è assolutamente un impedimento alla gioia, così come io intendo il dolore, perché per me è legato all'intensificazione della coscienza. La sofferenza è una coscienza espansa che raggiunge tutte le cose che sono e saranno. È una specie di amabilità segreta verso tutte le cose. Cortesia verso tutto ciò che è stato.

Io sono l'unica persona a questo mondo che lo ricorda ogni giorno. E ogni giorno contempla il suo venir meno, che finisce per trasformarsi in purezza. Non è che lo ricordi ogni giorno, è che lo sento dentro di me in modo permanente.

Vivere ossessionato dal passato non ti lascia godere il presente, ma godere del presente senza che il peso del passato partecipi con la sua desolazione a quel presente non è un godimento, bensì un'alienazione.

Mio padre cercava sempre di lasciare la macchina all'ombra. Se non ci riusciva, gli si guastava l'umore. [...] Ci svegliavamo prestissimo per andare al mare, perché se arrivavamo tardi non trovava il posto per lasciare la macchina sotto certi eucalipti.

Vorrei salvare quella tenerezza, la tenerezza con cui mia madre mi aiutava a fare la valigia quando partivo da Barbastro per Saragozza in quegli anni, nel 1980, nel 1981, nel 1982, le cose che mi metteva in valigia, come mi aiutava con gli indumenti, come mi metteva del cibo in vasetti di vetro, e io poi guardavo tutta quella roba e mi vinceva lo sconforto.

Guardare la vita di mio padre, questo avrei dovuto fare ogni giorno, a lungo.

Mi faceva male in particolare lo sgretolarsi della tenerezza. Mi vengono in mente frasi che lei diceva, piene di bontà. Allora capii che la morte di un rapporto è in realtà la morte di un linguaggio segreto. [...] Due persone, quando si innamorano e si frequentano e convivono e si amano, creano un idioma che appartiene soltanto a loro. Quell'idioma privato, pieno di neologismi, inflessioni, campi semantici e sottointesi, ha solamente due parlanti. Comincia a morire quando si separano. Muore del tutto quando i due incontrano nuovi partner, inventano un nuovi linguaggi, superano il lutto che sopravvive a ogni morte. Sono milioni, le lingue morte.

Amavamo l'immobilità delle montagne. Il loro stare lì. Le montagne non sono, stanno. Anche la nostra vita fu stare. L'esistenza di mio padre fu una rivendicazione dello stare al di sopra dell'essere.

La gente non seppellisce elettrodomestici vecchi, ma c'è gente a questo mondo che ha passato più tempo accanto a un televisore o a un frigorifero che accanto a un essere umano. In tutto c'è stata bellezza.

Funzioniamo così, noi esseri umani: ci sono persone che, pur essendo vive, non frequentiamo mai più, e raggiungono così lo stesso statuto dei morti.

Il 1980 è identico al 2015. Tutti vogliono avere successo, è la stessa cosa. Il successo e i soldi, è la stessa cosa. Tu, alla fine, ti sei messo a guardare la televisione. Io navigo su Internet, che è la stessa cosa. Evolve tecnologicamente il nostro modo di dormire o di morire.

Non mi aspetta nessuno da nessuna parte, ed è questo che è successo nella mia vita, che devo imparare a camminare per le strade, per le città, dove mi capita, sapendo che non mi aspetta nessuno alla fine del viaggio. Nessuno si preoccuperà se arrivo o non arrivo. Allora si cammina in un'altra maniera. Dalla maniera di camminare si può sapere se ti aspetta qualcuno o se non ti aspetta nessuno.

Non diciamo mai tutta la verità perché se la dicessimo manderemo in pezzi l'universo, che funziona attraverso ciò che è ragionevole, ciò che è sopportabile.

La verità è sempre in costante trasformazione, perciò è difficile dirla, indicarla. Piuttosto, è sempre in fuga. Piuttosto, l'importante è riflettere il suo continuo movimento, la sua irregolare e disinvoltura metamorfosi.

Ero un disertore, mio padre era un disertore. Passò gli ultimi anni a contemplare la sua diserzione e a tentare di scoprire da cosa aveva disertato. Lo stesso sta succedendo ora a me: non so da cosa ho disertato. Tutta l'opera di Kafka cerca la stessa cosa: da cosa ho disertato? Da dove me ne sono andato? Dove sto andando adesso?

La morte di mio padre fu anche la scomparsa di una gestualità, di determinati movimenti corporei, del colore di certi occhi, che non rivedrò mai più. Una forma di espressività nelle mani, nelle braccia, nello sguardo, nelle labbra, nelle gambe. E se mi dimentico di lui, mi dimentico di quei gesti.